Il mistero dei vitigni scomparsi

Autore: Guido Zini


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In Toscana resta sempre vivo l'interesse per i vitigni “ritrovati”, uve storiche diffuse in passato su tutto il territorio regionale, ma per varie ragioni cadute nel dimenticatoio oppure relegate all'utilizzo nei tagli.

Con l'evoluzione delle tecniche di cantina, l'ausilio della ricerca scientifica e il rinnovato impulso a valorizzare le varietà autoctone si è reso possibile il recupero e la selezione di specie a volte ormai disperse in pochi filari, ma in grado di fornire prodotti dal gusto originale e inconsueto.

Un'iniziativa organizzata dall'Enoclub Siena presso la bottega etica C.Bio di Firenze (che sostiene la tutela della biodiversità) aiuta a comprendere qual è la situazione attuale, alla presenza di dieci aziende pioniere che da tempi più o meno lunghi investono sui vitigni rari.

La produzione si mantiene per adesso a livelli di nicchia, raramente oltre le mille bottiglie, in quanto i terreni dedicati a queste coltivazioni hanno dimensioni ridotte e richiedono risorse ingenti nell'economia di attività che perlopiù hanno una dimensione familiare. Inoltre molte di queste uve risultano per la moderna enologia un oggetto misterioso (per risposta ai vari tipi di suolo e clima, forme di allevamento della pianta, scelta dei contenitori per la vinificazione, ecc.), e riescono ad essere comprese solo dopo numerosi tentativi, che ogni vignaiolo traduce secondo la propria sensibilità ed esperienza. Tutto ciò comporta un panorama di proposte piuttosto variegato, che spazia dai puri esercizi di stile a progetti già consolidati, con una media di risultati comunque promettente, a dimostrazione che in Toscana si può non vivere di solo sangiovese.

Un esempio arriva da Borgo a Mozzano (LU), dove l'agronomo Angelo Bertacchini ha rilanciato l'azienda di famiglia Gigli puntando dal 2008 esclusivamente sull'uva barsaglina, originaria della fascia collinare che costeggia le Alpi Apuane. Mezzo ettaro di vigne disposte su terrazzamenti, in un luogo caratterizzato da discreta umidità, da cui Angelo ricava uno Spumante rosato extrabrut e un rosso fermo. Il primo – qui in anteprima - si ispira al metodo degli spumanti ancestrali, con seconda fermentazione in bottiglia senza sboccatura; fa da base la vendemmia 2016, a cui si aggiungono saldi di precedenti annate anche affinate in legno, mentre il riposo sui lieviti può arrivare a 24 mesi. Colore torbo tendente a un piacevole rosa fragola, profumi giovani e fruttati senza esuberanze, questo vino dà il suo meglio nel sapore, secco e ricco di salinità, che da qui all'uscita in commercio potrà ulteriormente arricchire. Il rosso Toscana IGT 2015 beneficia di un lungo stazionamento sulle bucce, per favorire una lenta estrazione di tannini e colore. L'affinamento prevede da un anno a un anno e mezzo in barriques usate, a cui segue circa un anno in tini di cemento. Nel bicchiere il liquido è intenso, brillante, e possiede un bouquet erbaceo e speziato. In bocca risaltano freschezza, acidità, corpo leggero, e si intuiscono buone doti di invecchiamento.

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Il più noto vitigno colorino, presenza abituale delle campagne toscane ma di rado vinificato in purezza, è invece protagonista delle due etichette che vado a segnalare, figlie di interpretazioni che rispecchiano il territorio di provenienza.

Per il Colorino 2015 Toscana IGT dell'azienda Falisca II di Certaldo (FI) le scritte “Born to be wild” e “Vino rock 'n' roll” - che campeggiano sul retro della bottiglia – parlano da sole, come ama sottolineare il proprietario Stefano Pizzolato. La Val d'Elsa spesso si distingue per il piglio diretto e ruspante dei vini, e questo Colorino non fa eccezione. Proveniente da vigne di oltre 40 anni, garanzia di robustezza; maturato due anni e mezzo in tonneaux di terzo passaggio, possiede un colore denso e pieno, odori balsamici (in particolare eucalipto) e una beva vivace, sincera; i tannini sono ruvidi, ma non prepotenti, e nel complesso si mantiene di facile consumo.

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Ci spostiamo ora nella Val d'Orcia, dove il colorino viene visto esattamente “all'incontro”, che è proprio il nome del vino prodotto dalla cantina Campotondo di Campiglia d'Orcia (SI). L'area si trova a 600 metri di altezza e gode di forti escursioni termiche; qui, ci spiega Elena Salviucci, la coltivazione è ad alberello, in modo che la pianta riceva con rapidità il calore che il terreno – tra l'altro provvido di minerali per la vicinanza al Monte Amiata - restituisce durante la giornata. All'Incontro 2013 Toscana IGT (90% colorino, 10% sangiovese), come i suoi fratelli della DOC Orcia, mira deciso alla raffinatezza. Dopo un leggero appassimento dei grappoli sulla vite e la pigiatura, il mosto effettua almeno tre settimane di macerazione, per poi affrontare due anni e mezzo di elevazione in barriques di primo passaggio. Tanta cura regala un vino dalle tonalità rosso scure, che sprigiona aromi intensi ed eleganti; nel sorso si propagano sensazioni vellutate, calde, persistenti, e il legno – nonostante l'uso di botti nuove – si mantiene sullo sfondo, fornendo soprattutto un contributo in termini di equilibrio e struttura. Veramente un'ottima prova d'autore.


Guido Zini, autore del pezzo di oggi, ci racconta la sua esperienza durante questa giornata:

"L'evento sui vitigni rari promosso dall'Enoclub di Siena assieme alla bottega etica C.Bio di Firenze lascia concrete speranze che le uve toscane ritrovate possano fornire vini all'altezza della tradizione regionale e diventare una presenza diffusa sul mercato. Una necessità – a mio parere - sia dal punto di vista ecologico e ambientale, sia da quello strettamente commerciale, per ampliare e diversificare l'offerta. E i produttori che ho incontrato oggi sembrano pronti a raccogliere la sfida."

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