La rivincita del Pallagrello

Autore: Guido Zini


Pallagrello Etesiaca itinerari di vino blog

Ripartiamo dalle tradizioni.

Sembra un'affermazione banale, ma in realtà è la chiave di lettura di questo mondo che ruota attorno al vino, e non solo.

Ogni angolo d'Italia conserva una sua uva autoctona, che ne rappresenta la storia e l'orgoglio, e per gli appassionati di vino è bello sapere che esiste un serbatoio quasi inesauribile di territori e vigneti da dove attingere sempre qualche novità.

La mia scoperta più recente si chiama Pallagrello (termine dialettale che significa “rotondetto”, riferito alla forma degli acini), varietà diffusa quasi esclusivamente nel nord della Campania, in particolare tra il massiccio del Matese e la Valle del Volturno, sia nella versione a bacca nera, sia in quella a bacca bianca. Quest'ultima colpisce per la sua anima versatile e il carattere fiero, tanto da meritare in passato un posto d'onore nei giardini della famosa Reggia di Caserta, per volere dei Borbone.

Sono appunto 3 cantine della provincia di Caserta, incontrate all'ultimo Vinitaly, ad introdurmi nel mondo variopinto del pallagrello bianco, con le sue diverse espressioni, tutte ricomprese nell'Indicazione Geografica Terre del Volturno.

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L'OCA GUARDIANA CHE DORME BEATA 2016 E 2017 – AIA DELLE MONACHE

Nome bizzarro, ma che rende bene l'idea dei valori a cui si ispira la piccola azienda Aia Delle Monache, due ettari e mezzo di filari impiantati negli anni 2000 che insistono in prevalenza su suoli vulcanici e di arenarie attorno al comune di Castel Campagnano (CE): un richiamo alla semplicità contadina e a un tempo in cui tutto scorreva in simbiosi con la natura. Le pratiche in vigna rispecchiano perciò la volontà di minima interferenza con l'ambiente: sovesci, inerbimento spontaneo, raccolta manuale, trattamenti con dosi ridotte di rame e zolfo. L'Oca Guardiana (100% pallagrello bianco, sviluppato in acciaio per sei mesi) mostra in entrambe le annate la faccia fresca del vitigno, che strizza l'occhio alla bella stagione con i suoi aromi fini di erbe e fiori, la gradevole mineralità e il sorso pulito, energico, equilibrato. Un prodotto giovane ma già solido, sicuro delle proprie doti, ideale compagno di tavola – mi viene suggerito – della mozzarella di bufala, con cui spero di provarlo al più presto!

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LANCELLA 2016 – CANTINA DI LISANDRO

Progetto recente, ma dal sapore antico, quello della Cantina di Lisandro, che riprende il discorso avviato proprio dall'antenato don Lisandro, commerciante di vini agli inizi del '900. I dieci ettari vitati sono siti nel comune di Caiazzo (CE), non lontani dalla borbonica Vigna del Ventaglio custodita nella Reggia, su particelle che presentano sedimenti silicei e resti di conchiglie marine. Il Lancella offre uno sguardo sulle capacità poliedriche del pallagrello in purezza: la vendemmia è in parte effettuata in agosto per favorire la dose acida e in parte svolta in avvio di autunno, quando i grappoli possono donare corpo e struttura; segue una brevissima macerazione sulle bucce in fase di pressatura prima del passaggio in acciaio per sei mesi. Ottimo l'impatto col colore - un brillante giallo oro - e con i sentori, che si mantengono delicati. Il terreno d'origine apporta una netta componente minerale e un deciso spunto sapido, mentre proprio del vitigno è invece il leggero retrogusto amarognolo. Pizza, mozzarella e frutti di mare sono i cibi da accostare al Lancella, che grazie al suo pedigree può sostenere anche un medio invecchiamento senza perdere le caratteristiche più tipiche.

DON FERDINANDO 2015 E PALLARE' 2015 – SCLAVIA

Il pallagrello appartiene a quel ristretto gruppo di uve bianche che per vigoria, grado zuccherino e tannicità “invadono” il campo dei rossi. Naturale dunque pensare a una sua possibile simpatia per il legno, e il Don Ferdinando dell'azienda Sclavia di Liberi (CE) testimonia in modo efficace gli effetti positivi di questo connubio. Le vigne di provenienza si trovano a circa 500 metri s.l.m., un'altitudine superiore alla media della zona, circostanza che permette ai grappoli di maturare con calma (la vendemmia avviene a ottobre inoltrato), accrescendo gli elementi favorevoli ad affrontare un lungo affinamento. Il Don Ferdinando (100% pallagrello bianco), dopo un primo passaggio in acciaio, completa la fermentazione in tonneaux, dove staziona per altri sette mesi. Versandolo nel bicchiere, si apprezzano le tonalità dorate e la fluidità; come per i precedenti assaggi, i profumi risultano puliti e soffusi, eleganti con discrezione; al palato raggiunge notevole armonia fra morbidezza, acidità e struttura, arricchite stavolta da rimandi dolci nel finale, indice della grande concentrazione raggiunta dalle uve e segnale delle potenziali doti evolutive.

Ma a Sclavia, azienda nata da poco più di un decennio col preciso scopo di rivalutare le specie autoctone, non si sono fermati qui. Partito come un semplice esperimento (solo 500 bottiglie prodotte, per ora in un'unica annata), il passito Pallaré si è dimostrato vino di grande stoffa, svelando un lato inedito – sebbene non insospettabile - del pallagrello bianco. Dopo una selezionata raccolta a settembre, i grappoli interi hanno svolto oltre due mesi di appassimento su graticci, per poi essere torchiati a mano. Il mosto ricavato, terminata la fase di fermentazione, passa in barrique, in cui riposa per un anno. Sfumature ambrate allo sguardo, il Pallaré richiama all'olfatto il miele di acacia, assieme a note candite ancora tenere. In bocca il liquido scivola sciolto, accompagnato da sapori di confettura (pesche, arance) e privo di eccessi stucchevoli. Un passito molto appagante, che – secondo Sclavia - meglio si sposa con formaggi pecorini stagionati, rispecchiando così la sua indole di vino figlio dell'alta collina.


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Guido Zini, autore del pezzo di oggi, ci racconta la sua esperienza durante questa giornata:
"Dall'area che fu culla dei vini più amati dai Romani, arriva oggi una bella pattuglia di vitigni autoctoni che comprendono il pallagrello bianco, uva sorprendente per capacità di adattamento e per una resa sempre di livello. Un bel messaggio di riscatto per il Casertano, regione che in fatto di enogastronomia ha davvero molto da raccontare."

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Commenti: 2
  • #1

    Alessandro (venerdì, 01 giugno 2018 00:27)

    Grazie per l'attenzione a questo spicchio di provincia di Caserta.
    Ma il Volturno è un fiume, non un Monte.

  • #2

    Nadia (giovedì, 07 giugno 2018 10:44)

    Grazie della segnalazione Alessandro, abbiamo provveduto a modificare il testo.